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                                      "Questi articoli fanno parte della mia esperienza formativa e del mio operare quotidiano come terapeuta"

                                                                                                                  Dott. Valerio Martinoni - Psicologo e Psicoterapeuta

 

 

 ARTICOLI

 - L'aggressività secondo Fritz Perls

 - Terapia di Coppia e cambiamento

 - Tradimento e Terapia di Coppia

 - Intimità di Coppia

 - Attacco di Panico e Paura

- Ansia, Stress e Corpo

                                                                                                Buona Lettura!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'aggressività secondo Frits Perls

[…] l’aggressività è essenziale per la sopravvivenza e la crescita. Non è un’invenzione del diavolo ma uno strumento della natura. Possiamo comprendere il desiderio dei genitori che l’aggressività sia solamente la nevrosi di bambini cattivi, o il desiderio degli psichiatri che l’aggressività sia svalutata come un’escrezione fisica, per liberarsi di qualcosa di spiacevole. In realtà la natura non si è sprecata a creare un’energia così potente come l’aggressività solo per “liberarsi di” o per “abreazione”. Nei casi di aggressività patologica abbiamo semplicemente degli esempi di aggressività disorganizzata e inutile. Come strumento della natura, l’aggressività possiede un valore; mentre per la discriminazione moralistica diventa uno strumento per la non-sopravvivenza. Ad esempio, un caso di crollo nervoso è dovuto all’eccessivo auto-controllo e questo significa che la persona dirige l’aggressività contro i propri impulsi spontanei.

Per vivere un organismo deve crescere, fisicamente e mentalmente. Per crescere dobbiamo incorporare sostanze esterne e per poterle assimilare, dobbiamo de-strutturarle. Consideriamo ora soltanto lo strumento elementare della destrutturazione aggressiva: i denti. Per poter fornire al tessuto umano le diverse proteine dobbiamo de-strutturare le molecole del cibo che assumiamo. Questo avviene in tre fasi: mordere, masticare e digerire. Per mordere abbiamo gli incisivi, i denti frontali, nella nostra cultura sostituiti in qualche modo dai coltelli. Il primo passo è quello di tagliare a bocconi i pezzi più grandi. In seguito sgretoliamo i bocconi in una polpa con l’aiuto dei nostri molari o, culturalmente, con le macine. (un paziente mi disse che non riusciva a vedere niente di aggressivo nel masticare, sebbene lo vedesse nel mordere; ma come si sarebbe sentito sdraiato fra due macine!?). Infine, avviene la destrutturazione chimica nel nostro stomaco, grazie agli acidi. (Per esempio nei casi di risentimento, che è un’incompleta aggressività,  abbiamo spesso l’effetto delle ulcere allo stomaco). Naturalmente non solo i denti sono gli strumenti dell’aggressività ma anche i muscoli della mascella, le mani, le parole. L’aggressività fa parte di tutte le parti funzionanti insieme della personalità.

[...] Tuttavia considerare l’aggressività come responsabile dei disturbi patologici, come l’ “hitlerismo” o il sadismo, è come considerare la pulsione sessuale responsabile delle perversioni. Non è l’aggressività, e tanto meno il sesso, responsabile delle nevrosi, bensì la sfortunata organizzazione dell’aggressività che avviene nelle nostre istituzioni e famiglie, in particolare nell’incapacità di fronteggiare il progresso industriale e l’inferno delle città. Abbiamo negato la nostra discriminazione organica  e quindi abbiamo diminuito il livello di soddisfazione nelle nostre vite. Presi dalla fretta e dalla preoccupazione non abbiamo il tempo di “finire” le situazioni. Probabilmente la maggior parte delle persone, invece di essere attratte da ciò che le interessa, sono guidate dal “dovere”, dal bisogno di guadagnarsi da vivere in occupazioni non appropriate a  loro, non vere vocazioni; dall’avidità per le cose invece dell’appetito verso relazioni significative, dall’avidità del divertimento invece dello sforzo per la felicità.

[...] La crescita dell’organismo avviene integrando le nostre esperienze,  ovvero assimilando all’organismo le sostanze fisiche, emotive ed intellettuali che l’ambiente offre e che incontrano un bisogno. Se non avviene l’assimilazione, rimaniamo con degli introietti, cose deglutite per intero, materiale straniero che non abbiamo fatto nostro.  Come una moralità introiettata: è il risultato di un’aggressività incompleta, un incompleto mordere, masticare e digerire degli standard, dei genitori, degli insegnanti e della società. Un po’ di quel cibo probabilmente non era adatto all’organismo; non sarebbe mai stato morso ma invece ci fu un nutrimento forzato. Questa parte deve essere vomitata indietro. Un’altra parte di cibo sarebbe stata potenzialmente abbastanza sana, ma è stata data al momento sbagliato o nelle dosi sbagliate, così non fu mai digerita. Questa parte dovrebbe essere rigurgitata, masticata ancora e digerita.

[...] Appesantito dalla sua introiezione, l’organismo perde la sua discriminazione appropriata; lo stomaco e la bocca sono acidi o desensibilizzati; non c’è appetito. Di conseguenza vengono fatte le scelte sbagliate, il nutrimento è ricercato nella direzione sbagliata, in accordo ai “bisogni alieni”. Il risultato di ciò è l’ulteriore fissità delle abitudini sbagliate ed incomplete della destrutturazione; senza appetito, sapore, bisogno, come possiamo aspettarci una completa mobilizzazione delle funzione aggressive che siano verso il cibo, la soddisfazione sessuale, la conoscenza e le relazioni sociali? L’aggressività sana in sé è niente ma applicata a se stessi serve per il raggiungimento dell’auto-realizzazione.

[...] Naturalmente in pratica il più grande ostacolo per riorganizzare l’aggressività è la paura del paziente di far del male, o per ritorsione, la paura di essere ferito. Tuttavia, per la maggior parte, questa paura non è altro che auto-inganno ed ipocrisia in quanto la persona inibisce le sue azioni o scotomizza il suo desiderio di ferire direttamente; invece ferisce sempre in modo indiretto: lo fa mostrando le spalle, arrivando in ritardo, facendo arrabbiare, essendo di cattivo umore, senza tatto o rompendo qualcosa…etc all’infinito. Non è il conflitto e l’aggressività portata ad una conclusione, spesso creativa e soddisfacente, che causa la miseria bensì l’evitare di portare il conflitto all’aperto e di chiarirlo.

Qual è la nostra conclusione riguardo la moralità e l’aggressività? L’organismo non può tollerare una situazione incompleta. Verso tutte le situazioni finite ci sentiamo bene; verso quelle incomplete ci sentiamo male. Per completare una situazione, per raggiungere benessere e stabilità, mobilizziamo le nostre forze per attaccare il problema. Più ostacoli troviamo sulla via più energie ci sono richieste. Nella fame, c’è l’aggressività orale. Nel linguaggio, quando ci sentiamo bene o stiamo raggiungendo la conclusione desiderata, il nostro modo di parlare è gentile ed amichevole; quando ci sentiamo male o siamo frustrati le nostre voci stridono ed imprechiamo. Nei confronti dei nostri compagni, quando ci sentiamo bene siamo grati, abbiamo un senso di contatto armonioso, quando ci sentiamo male, attacchiamo in qualche modo e tentiamo di cambiare l’ambiente. Se ci impediamo di aggredire ci sentiamo invece risentiti o in colpa.

Quindi dobbiamo dire: non è l’aggressività in sé che è bene o male, ma quando ci sentiamo male ci sentiamo aggressivi.

Tratto dall’articolo: “Morality, Ego Boundary and Aggression”   Fritz Perls

 

 

Terapia di Coppia e Cambiamento

 

Beisser (1970) afferma: “Il cambiamento accade quando iniziamo ad essere quello che siamo e non quando si tenta di essere ciò che non siamo”.  La terapia di coppia della Gestalt considera allo stesso modo il verificarsi del cambiamento, paradossalmente, nel momento in cui si è consapevoli di “ciò che si è”. Che cosa significa quindi essere consapevoli di “ciò che si è” in una coppia? Attraverso la terapia, la coppia ha l’opportunità di esaminare la propria esperienza, le proprie azioni e quelle sensazioni e sentimenti espressi o non espressi, sostenendo le competenze della coppia che in genere è in difficoltà nel riconoscere ciò che vi è di buono nella relazione attuale. Quando i partners della coppia sperimentano la loro competenza e creatività, anche nei momenti difficili, iniziano a sentire di potercela fare, di essere capaci e di avere il coraggio di esplorare la loro relazione. Il paradosso sta nel fatto che più la coppia sperimenta quello che è, la loro relazione e come opera, maggiori saranno le possibilità per il cambiamento. All’opposto, quanto più la coppia si sentirà pressata nel cambiare il proprio modo di pensare o fare, tanto più resisterà al cambiamento. Accettare “quello che è” è un punto fondamentale nell’approccio gestaltico  e nel momento in cui la coppia guarderà se stessa per “quello che è” e non per quello che “dovrebbe essere”, sarà già entrata nel processo di cambiamento.

 Beisser, A.R. (1970). The paradoxical theory of change. In Fagan, J. &                                 Sheperd. E.L.  Gestalt theraphy now. Harper Books, New York

 

 

 

Tradimento e Terapia di Coppia

 

In genere è la scoperta del tradimento che innesca la crisi e porta la coppia in terapia. Tuttavia  non tutte le coppie cercano aiuto nel momento dell’emergenza. Alcune preferiscono nascondere tutto sotto il tappeto aspettando che la crisi passi oppure molte coppie rimangono radicate nel sentimento di vendetta.

Dunque, le possibilità di soluzione davanti all’esperienza del tradimento sono differenti: si può interrompere il rapporto, si può attendere che tutto passi e poi tentare di ricacciare tutto nell’oblio del non ricordo. Di fatto così non è, perché entrambi, traditore e tradito, hanno in qualche modo, ognuno nella propria solitudine, elaborato la vicenda magari senza poterne fare esperienza comune, perché nel tentativo di dimenticare l’evento è diventato per la coppia un tabù. Quindi qualcosa che è nato all’interno della coppia e che ha un significato molto profondo, può restare per sempre chiuso nella mente di ciascuno senza diventare per entrambi un momento di crescita.

Le coppie che vogliono evitare il dolore sperano di superare il tradimento attraverso una sorta di perdono reciproco, tanto sperato quanto vano, perché, soprattutto se immediato, non mette in discussione le parti in gioco. Il perdono è la fase finale sia per quelle coppie che decidono di separarsi sia per quelle che continueranno insieme la loro relazione.

Altra possibilità è quindi accettare di elaborare quanto si sta vivendo, interrogandoci circa il nostro modo d’amare e di stare in coppia. Se accettiamo di farci carico dell’interrogativo che l’esperienza ha portato con sé, si dovrà, in primo luogo, reggere la tensione e la confusione inevitabile di chi sottopone ad esame il proprio modo di concepire la vita, ed essere disposti a rivedere i principi ritenuti incrollabili. La terapia diventerà così un percorso che porta la persona a raggiungere una visione differente, più ampia di se stessa e del mondo. Inizierà quel dialogo interiore che la porterà a scoprire luci ed ombre di sé, sperimentando un nuovo modo relazionarsi, basato sulla libertà poiché riconoscerà a se stessa e al partner il diritto di percorrere la propria strada in un rapporto dove non ci si debba dire “sono come tu mi vuoi”, ma dove potremo scoprire l’Altro per ciò che è.

Tratto dalla Tesi: “Il tradimento: quale messaggio?”    - Valerio Martinoni, 2007

 

Intimità di Coppia

 

Molte coppie non riescono a raggiungere una vera intimità sebbene siano coscienti di ciò che essa significa e di ciò che vogliono. Esprimere l’intimità significa partecipare il proprio sentimento per un’altra persona. Alcuni partner hanno paura dei propri sentimenti. Non si tratta di una paura verso specifici sentimenti, come la paura di essere feriti, rifiutati o abbandonati, ma una paura generale di tutti i sentimenti. È vero che questa paura generale potrebbe essere originariamente connessa alla paura di qualcosa in particolare, ma successivamente questa paura specifica si è generalizzata fino ad includere l’espressione di qualsiasi sentimento.

All’inizio di un rapporto, i partner mostrano solo ciò che scelgono di esporre. L’altro vede solo la facciata. Via via che il rapporto va avanti, la coppia si avvicina sempre di più ed i partner iniziano a scoprirsi a vicenda.  Il livello di confidenza e di conoscenza si approfondisce sempre di più, ed a turno i partner si assumono maggiori rischi di esposizioni via via che la fiducia aumenta. A volte questo processo si ferma ad un livello superficiale temendo che esporsi troppo sia doloroso.

Ma che cosa significa essere intimi per una coppia? Ciascun partner dà un significato ben preciso a questa parola ed il processo terapeutico dovrebbe portare ad una condivisione di tali significati.

L’Abate (1977) identifica alcune componenti dell’intimità che possono essere utilizzate come temi di riflessione e discussione all’interno della coppia per definire la propria specifica intimità.

1)      Vedere il buono. Ogni partner dovrebbe riuscire a vedere il buono sia in se stesso che nell’altro. Ognuno dovrebbe sapere dire ciò che è bene in sé e ciò che ama nell’altro. A livello comportamentale questo significa riuscire ad esprimere affermazione apprezzamento e affetto (es: “Mi piaci”).

2)      Aver cura. L’aver cura di se stesso e dell’altro è un atteggiamento molto importante. Si può dimostrare attenzione e cura in molti modi. Preoccuparsi del benessere, della vita e dei sentimenti dell’altro è essenziale

3)      La protezione. Una coppia rappresenta un sistema sociale inserito all’interno di altri sistemi sociali. Molte forze interferiscono sulla vita di coppia: il lavoro, i parenti, i figli… I partner devono quindi proteggere l’integrità del proprio rapporto erigendo dei confini attorno a loro.

4)      Il piacere. Ciò si riferisce al concetto di sentirsi felici, dare piacere e gioia a se stesso e di condividere questo  con l’altro

5)      La responsabilità.  Quando in un rapporto emergono dei problemi, c’è la tendenza a negare la responsabilità personale proiettando la colpa sull’altro partner. In una relazione intima ogni partner deve assumersi il peso del proprio ruolo. Una sana interdipendenza si fonda sul riconoscimento di responsabilità da parte di entrambi.

6)      Partecipazione del dolore. I rapporti problematici sono spesso caratterizzati da un alto livello di rabbia. In questi casi l’unico sentimento espresso o evidente è la rabbia, che sembra in grado di sotterrare tutti gli altri quali il dolore, il risentimento, la frustrazione, la colpa, ecc. il dolore è particolarmente soggetto ad essere occultato perché viene visto come una debolezza. Imparare a partecipare il dolore piuttosto che a nasconderlo è essenziale per promuovere la comprensione e l’empatia.

7)      Il perdono. In una relazione intima i partner possono di tanto in tanto ferirsi l’un l’altro. Se questi atti non vengono o non possono essere perdonati, si stabilisce uno stato di risentimento che erode il rapporto. Il perdono non si ottiene chiedendo semplicemente scusa, ma attraverso una profonda comprensione di sé e dell’altro

L’Abate, L. (1977). Enrichment: structural interventions with couples, families and groups. Washington DC, university Press of America

 

 

Attacco di Panico e Paura

 

Il termine “panico” deriva dal nome del dio greco Pan, esteriormente  raffigurato con gambe e corna caprine, con zampe irsute e zoccoli, mentre il busto è umano, il volto barbuto e dall'espressione terribile, capace di suscitare repentino ed inspiegabile terrore nell’animo umano.

La caratteristica essenziale di un attacco di panico è un periodo preciso di intensa paura o disagio, accompagnato da sintomi somatici e/o cognitivi. (Clicca qui per l'elenco dei sintomi).

In relazione alle modalità di esordio della sintomatologia e alle cause scatenanti vengono distinti tre tipi di attacchi di panico:

1)      attacchi di panico inaspettati, cioè non associati ad una causa scatenante ambientale; compaiono quindi “a ciel sereno” senza che il soggetto possa prevederne l’insorgenza.

2)      Attacchi di panico causati dalla situazione o contesto specifico

3)      Attacchi di panico sensibili alla situazione, in cui la comparsa dei sintomi è frequente ma non necessariamente associata alla situazione

“L’attacco di panico sembra esprimere il dolore del nostro tempo, un dolore senza ragione apparente o logica. L’attacco di panico è definito dai pazienti come un male indicibile. Questa indicibilità sembra costituire il cuore dell’esperienza dell’attacco di panico, la sua essenza. Il paziente sa che obiettivamente non morirà, eppure continua ad avere paura di morire, sa che la tachicardia non è il segno di un infarto, eppure continua ad avere paura che il cuore gli scoppi da un momento all’altro, sa che il senso di soffocamento è dovuto ad un meccanismo psicologico, eppure la sua paura è che non sia così. Quindi il senso dell’arcano, dell’indicibile che caratterizza questa esperienza non dipende dalla mancanza di categorie verbali in colui che la esperisce, bens’ dal tipo di esperienza in sé”. (M. S. Lobb, tratto da Francesetti, 2005)

“Da un punto di vista epidemiologico, il picco di insorgenza di un primo attacco di panico si situa normalmente fra la tarda adolescenza e i 35 anni. […] Nel contesto attuale, questo periodo corrisponde ad una fase del ciclo vitale caratterizzata dal distacco della famiglia d’origine e dalla acquisizione significativa di una maggiore indipendenza. È un momento in cui diventa preminente la ricerca di nuove appartenenze affettive e sociali, mentre si verifica la progressiva ricollocazione e il distacco da quelle precedenti. Questo passaggio diventa oggi molto delicato, in quanto è incerto e laborioso sia il radicamento nella propria famiglia d’origine, sa quello in via di costruzione […] Le appartenenze sono parte significativa del round che sostiene l’organismo e che costituisce lo sfondo di sicurezza. La sua instabilità espone l’organismo alla possibilità di crolli improvvisi e transitori dello sfondo e quindi all’esperienza dell’attacco di panico. Il soggetto che soffre di attacchi di panico è sospeso fra appartenenze passate che non sostengono più e appartenenze future che non sostengono ancora […] E’ probabile che l’attacco di panico insorga proprio quando l’autonomia del soggetto cresce più di quanto cresca il sostegno dato dalle appartenenze.

La relazione terapeutica fornisce il ground per attraversare e superare il panico e il senso di solitudine. La paura, infatti, come ogni altra emozione, non è un fenomeno intrapsichico, non appartiene al soggetto soltanto. Il vissuto è sempre esperienza di contatto al confine fra organismo e ambiente: la paura, ad esempio, è il risultato di una mancanza di sostegno ambientale. In questo senso solistico e relazionale non è corretto dire: “Questo bambino ha paura”, perché operiamo un indebita scissione artificiale. Dovremo dire: “Questo bambino in questa situazione e con il sostegno di cui può disporre sente paura”. Di conseguenza la domanda: “Come fargli passare la paura?” (o, peggio, l’affermazione “Non devi avere paura”) diventa: “Di quale sostegno ambientale ha bisogno e come può assimilarlo?”. Questa domanda dà la direzione fondamentale all’intervento terapeutico.”  (Francesetti, 2005)

 

Francesetti, G. (2005). Attacchi di panico e postmodernità. Franco Angeli, Milano

 

 

ANSIA, CORPO E TERAPIA della GESTALT

 

L’insorgenza di stati d’ansia implica un processo che può essere descritto come segue: stimoli esterni (per esempio situazioni stressanti) o interni (per esempio pensieri, emozioni o conflitti) interpretati su un piano cognitivo come minacciosi, evocano stati d’ansia. Una volta che lo stato d’ansia è insorto, la sua intensità e persistenza dipendono dalla predisposizione individuale all’ansia, dalle esperienze precedenti nel confrontarsi con stimoli dello stesso genere e dalla stessa intensità e durata degli stimoli interni ed esterni. In questo processo sono implicati anche dei meccanismi cosiddetti di “difesa”. Uno di questi è la conversione somatica dell’ansia, dimostrativo della connessione esistente tra stato psicologico e stato somatico che deriva dall’attivazione del Sistema Nervoso Autonomo come risposta somatica ad agenti stressanti o a stimoli interni.

Ogni stress produce quindi uno stato di tensione nel corpo. Normalmente la tensione scompare quando lo stress è eliminato. Le tensioni croniche, tuttavia, persistono anche dopo la scomparsa dello stress che le ha provocate come atteggiamento corporeo o assetto muscolare. Simili tensioni muscolari croniche disturbano la salute emotiva abbassando l’energia di un individuo, limitandone la motilità e l’autoespressione. Diventa necessario dunque alleggerire questa tensione cronica, se si vuole che la persona riacquisti piena vitalità e benessere emotivo

Da questo punto di vista curare esclusivamente un aspetto della persona o identificare una parte come la causa del problema significa frammentare artificialmente ciò che in realtà è qualcosa che funziona come unità.
La terapia della Gestalt considera ogni sintomo parte di un insieme più vasto, che include gli aspetti somatici e psicologici. Ogni problema psicologico è parte di un sistema più ampio che include l’espressione fisica di quel problema, ad esempio: una tensione muscolare, un certo modo di atteggiare il corpo o inibizioni della respirazione. Allo stesso modo, ogni sintomo somatico, quale una tensione cronica o una distorsione posturale, è una espressione di una totalità più ampia che include un problema psicologico, ed è parte dell’espressione di quest’ultimo.Lo scopo della Gestalt è di far scoprire alla persona la sua propria “forma", il suo modello e la sua interezza, attraverso l’integrazione di tutte le parti della persona con un’attenzione particolare agli aspetti corporei.